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 Sono passati 5 anni dal Memorandum Italia-Libia

     Foto copertina via Twitter/SeaWatch Italy.

 

L’accordo tra Italia e Libia continua a violare i diritti delle persone migranti, a 5 anni dalla firma sarebbe l’ora di revocarlo.
 

1. Accordo Italia-Libia: 5 anni di abusi

A cinque anni dall’accordo Italia-Libia, si può ormai affermare con certezza che le politiche di contenimento dei flussi migratori hanno alimentano violenza, respingimenti, sfruttamento, detenzione arbitraria e il numero di vittime in mare.

Siglato nel febbraio del 2017 per volere dell’ex Ministro dell’Interno Marco Minniti, il Memorandum d’Intesa è un accordo siglato tra il governo italiano e quello libico che di fatto esternalizza le frontiere europee. Sono le autorità libiche ad effettuare i cosiddetti pushback, ossia i respingimenti verso il Paese nordafricano tramite operazioni di cattura e trasferimento nei centri di detenzione - quei centri migranti condannati ieri in diretta tv da Papa Francesco.

Intanto, un appello lanciato nei giorni scorsi da Asgi per chiedere la revoca del Memorandum Italia-Libia a fronte delle continue violazioni dei diritti umani che ha finora provocato, è già stato sottoscritto molte organizzazioni e cittadini.
 

2. La sporca frontiera che sepera chi migra dall’Europa

Anche Altreconomia affornta il tema di come Italia e Unione Europea forniscano mezzi tecnologici e militari da milioni di euro per bloccare e respingere le persone, in Libia come sulla rotta balcanica, ma sempre a scapito dei diritti umani.

Restando nel Mediterraneo, l’Italia sta stringendo nuovi affari con la Libia con l’obiettivo evidente di contenere i flussi respingere le persone: navi, motori e un container mobile collegato al radar della base navale di Abu Sitta.

Ecco come il nostro Paese continua a giocare un ruolo chiave nell’intercettare e rimandare indietro i migranti in fuga:


3. La Danimarca deporta i propri detenuti stranieri nel Kosovo
L'accordo prevede inoltre che per cinque anni rinnovabili, a partire dal primo trimestre del 2023, dietro pagamento di una somma annuale di quindici milioni di euro oltre ad un primo versamento di cinque milioni per le spese relative all'adattamento dei locali, la Danimarca invierà nella prigione di Gjilan in Kosovo i detenuti, tutti condannati definitiva.

Il 20 dicembre 2021, la Danimarca e il Kosovo hanno firmato un accordo che si basa sulla delocalizzazione penitenziara.


 

“In base al testo sottoscritto dai due governi, trecento detenuti in esecuzione della pena loro inflitta dai giudici danesi e che oggi sono nelle prigioni del paese scandinavo, verranno trasferiti [...] in una prigione situata a oltre duemila chilometri da Copenhagen: le prigioni vengono dunque trattate come se fossero fabbriche di lavatrici o di ricambi per auto da produrre lontano, purché ad un costo minore di quello che viene sostenuto nel paese di condanna: e le persone ristrette come rifiuti di cui disfarsi”, scrive Ignazio Juan Patrone su Questione di Giustizia.
 

4. Oltre 10 rifugiati hanno perso la vita sulla frontiera tra Grecia e Turchia

Il ministro dell'Interno turco Suleyman Soylu ha pubblicato su Twitter alcune immagini sfocate di cadaveri ritrovati sul ciglio della strada vicino alla città di confine nord-occidentale di Ipsala. 

“12 dei 22 migranti respinti dalle unità di frontiera greche... sono morti congelati", ha scritto il ministro Soylu, dicendo che erano privi di vestiti e scarpe. In questo periodo, le temperature possono scendere tra i due e tre gradi e la Turchia ha accusato la Grecia di aver respinto illegalmente le vittime coinvolte. Che le autorità greche adottino metodi violenti, violando le leggi internazionali ed europee, per respingere migranti non è una novità, tuttavia bisogna ricordare il quadro più ampio in cui si muovono gli Stati europei in relazione alla Turchia: in base all’accordo tra UE e Turchia (EU-Turkey Statement 2016), l'UE fornisce miliardi di euro quest’ultima in cambio dell'accettazione di ospitare rifugiati dalla Siria e da altri Paesi.

Si tratta dell’ennesima operazione di esternalizzazione delle frontiere in cui a rimetterci sono sempre e comunque le persone migranti.




5. La denuncia di Parvin A. contro le torture delle autorità di frontiera greche

Restando in tema, una donna iraniana, Parvin A., che ora vive in Germania, ha presentato una denuncia per tortura, abusi e respingimenti contro la Grecia presso il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite.

 

"Ho cercato di attraversare il fiume Evros e il mare, anche se non sapevo nuotare. Gli ufficiali greci mi hanno arrestato e messo in una cella sporca. Non c’era aria, non c’era da mangiare, non c’era il bagno. Picchiarono me, i bambini e anche una donna incinta e ci ruppero il cellulare. Hanno preso il nostro cibo e i nostri vestiti. Sono stata ammanettata, picchiata, colpita a colpi d’arma da fuoco e gas lacrimogeni. Mi hanno torturata e quasi uccisa", racconta Parvin A. La sua storia è stata pubblicata grazie all’aiuto del Der Spiegel, del Forensich Architecture - agenzia di giornalismo investigativo - e dell’ECCHR.



 

6. La legge 91/92 sulla cittadinanza penalizza oltre 1 milione di cittadini

Due studenti stranieri su tre nelle scuole italiane (il 65,4 per cento) sono nati nel nostro paese. L’incidenza sale al 74,6% nelle scuole primarie e all’81,9% in quelle dell’infanzia”, scrive la giornalista Eleonora Camilli su Redattore Sociale.

L’attuale legge 91/92 sulla cittadinanza - che si basa sullo ius sanguinis - continua a penalizzare i cittadini e le cittadine nate o cresciute in Italia da genitori stranieri, ed è ormai obsoleta rispetto alla realtà attuale. Infatti, “è una legge che in ben 30 anni nessuna legislatura ha avuto la dignità e il coraggio di riformare, perseguendo un immobilismo politico tanto più colpevole quanto più non cessa di venire alimentato, per un verso, da vuoti schemi ideologici e, per altro verso, da pavidi opportunismi elettorali [...]. A farne le spese, oltre alle centinaia di migliaia di “italiani di fatto”, è l’intero sistema Paese”, afferma Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche Idos.


 

7. In Messico i migranti iniziano uno sciopero della fame per chiedere i visti umanitari

Sono passati 5 giorni da quando un gruppo di 20 migranti rimasti bloccati in attesa dei documenti delle autorità di Tapachula in Messico ha iniziato uno sciopero della fame per fare pressioni sulla consegna dei visti per motivi umanitari.

La Commissione messicana per l'assistenza ai rifugiati ha ricevuto un record di 131.448 domande di rifugiati nel 2021 e chiede alle autorità per l’immigrazione di accelerare il processo burocratico migratorio affinché 2000 migranti in cerca di asilo negli Stati Uniti e in Messico possano accedere ai documenti per regolarizzare la loro permanenza o permettergli di lasciare il paese senza essere detenuti.

La scorsa settimana, agenti dell’immigrazione messicani hanno fatto irruzione nei centri di accoglienza per migranti a Tapachula, cercando di detenere persone con "status irregolare". Agli agenti non è permesso di fare irruzione nei rifugi, ma il massiccio afflusso di richiedenti asilo ha portato all’intervento delle autorità.

La commissione afferma che migliaia di migranti ad oggi sopravvivono “in condizioni contrarie al rispetto della loro dignità” a causa del sovraffollamento dei centri di accoglienza a Tapachula, invitando le autorità dell'immigrazione a fornire assistenza umanitaria.

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