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Verità e Giustizia per Abderrahim Fakir
L'uccisione di Abderrahim Fakir a Bologna, la Corte di Ortona e di Catania danno ragione alle ONG SAR, la Commissione UE riprende l’Italia per l’implementazione del nuovo Patto e boccia la proposta di iniziativa popolare europea sulla remigrazione, studenti e studentesse considerate rischio migratorio in Italia e USA
1.Abderrahim Fakir è stato ucciso dallo stato
Domenica 19 luglio, Abderrahim Fakir, 42enne di origine marocchina, è morto in una strada di Bologna sotto il peso di due poliziotti che stavano effettuando un TSO, chiamati ad intervenire a seguito di una chiamata da parte di un cittadino che ha visto Abderrahim durante una probabile crisi psichiatrica. Dalle prime ricostruzioni ([link removed]) , i due poliziotti sono intervenuti spruzzando spray al peperoncino e cercando di contenere mani e piedi, con Abderrahim faccia a terra e immobilizzato dal peso dei due agenti sul corpo prono. Dal video dell’operazione condiviso da un residente in quella stessa via dove si è svolta l’operazione, si sente Abderrahim chiedere più volte aiuto e di fermarsi. Dopo qualche minuto, i poliziotti riescono ad immobilizzare l’uomo ma quando si alzano Abderrahim è morto, o forse è solo incosciente,
questo ancora da chiarire. Questo è accaduto davanti agli occhi di quattro operatori sanitari della Croce Rossa, che non sono intervenuti durante l’operazione e si sono limitati a chiamare un’automedica per accettare il decesso. La Procura ([link removed]) ipotizza il reato di omicidio colposo. Sotto accertamento, oltre ai quattro operatori della Croce Rossa, ci sono anche i due poliziotti di 23 e 28 anni che hanno eseguito la manovra di contenimento. I due agenti, tuttavia, non sono formalmente indagati in virtù della cosiddetta "norma scudo". Gli inquirenti stanno inoltre verificando se il loro intervento sia avvenuto nel rispetto delle linee guida del Viminale per le forze dell'ordine.
Lunedì in varie città d’Italia ci sono state molte proteste e manifestazioni contro la violenza di stato da parte delle forze dell’ordine - un episodio ([link removed]) che ha ricordato molto l’uccisione di George Floyd.
Un articolo su Substack di Donata Columbro ([link removed]) , giornalista e data humaniser, esplora la domanda: “è così frequente morire durante un fermo di polizia in Italia?”. Dopo le dovute premesse sul fatto che non esistono dati raccolti in altri Paesi con cui confrontare i dati, emerge anche che non esiste una raccolta di dati di questo tipo in Italia. Infatti, Columbro riporta che secondo un’inchiesta della testata spagnola Civio emerge che tra il 2020 e il 2022 almeno 488 persone sono morte mentre si trovavano in custodia o durante operazioni di polizia nei 13 Paesi europei che rendono pubblici questi dati o li hanno forniti alla redazione. L'Italia non figura tra questi.
Possiamo però fare affidamento alla mappatura elaborata ([link removed]) dal giornalista Luigi Mastrodonato, che conta 76 decessi avvenuti dal 2000 a 2025 durante fermi e controlli delle forze dell’ordine: “La maggioranza sono uomini e circa la metà di origine straniera”. Alla mancanza di dati ufficiali su decessi in situazioni di fermo o contenimento, si aggiunge la mancanza di dati sulla profilazione razziale da parte delle forze dell’ordine. Columbro riporta infine una considerazione di Marianna Monterosso: “A volte l’abilismo si intreccia con il razzismo o, come nel caso di Bologna, finisce per prevalere”.
2. Ancora una volta le Corti danno ragione alle ONG SAR
Sono arrivate due sentenze ([link removed]) importanti che assolvono ancora una volta due realtà non governative di salvataggio in mare.
La Corte di Catania ha assolto il team di SOS Mediterranée ([link removed]) dal reato di traffico illecito di rifiuti. Un processo durato 9 anni che ha riguardato lo smaltimento dei rifiuti generati a bordo della Aquarius durante le operazioni di salvataggio tra il 2017 e il 2018, in particolare in riferimento a indumenti e rifiuti sanitari risultanti dalle attività mediche a bordo. Dopo un anno di indagini, era stato richiesto il sequestro della nave e il PM aveva accusato il coordinatore delle missioni SAR della ONG per attività illecita di traffico di rifiuti, finalizzata al contenimento dei costi e che, secondo quanto affermato, avrebbe determinato un rischio sanitario sul territorio italiano. Alla luce della sentenza, l’organizzazione ribadisce la fiducia riposta nel team di soccorso e nella loro professionalità.
La Corte di Ortona ha invece definito illegittimo il fermo imposto alla Humanity 1 ([link removed]) a dicembre 2025, confermando che la mancata coordinazione con il centro di coordinamento libico non giustifica la detenzione delle navi di soccorso, ma anzi, viola il diritto marittimo internazionale. Nonostante l’ennesima conferma delle Corti sull’illegittimità di questi provvedimenti in questa circostanza, il 9 luglio la misura è stata nuovamente imposta alla Trotamar III ([link removed]) di Compass Collective, con un fermo di 45 giorni e una sanzione €10.000. L’ANSA ([link removed]) riporta le parole di Wasil Schauseil, portavoce di Sos Humanity: “ll fermo della Trotamar III e la nostra vittoria in tribunale, ottenuta
quasi contemporaneamente in un caso analogo mettono a nudo la posizione giuridica altamente discutibile del governo italiano, che insiste affinché le navi delle ong comunichino con questi attori libici illegittimi. Inoltre, la sentenza riveste un'importanza politica: mentre i tribunali sottolineano le condizioni disumane a cui sono sottoposti migranti e rifugiati in Libia, i governi europei stanno intensificando i propri sforzi per impedire a queste persone di fuggire dal Paese".
3. L’Italia già ripresa dalla Commissione dopo tre settimane di implementazione del nuovo Patto UE
Nelle prime tre settimane di implementazione del nuovo Patto, i dati condivisi dalla Commissione UE ([link removed]) rivelano che l’Italia ha già rifiutato il ritorno di 12 persone da altri Paesi UE all’Italia, secondo le nuove norme in vigore sulla responsabilità dell’elaborazione delle domande di protezione, in sostituzione al regolamento Dublino III. Nelle conclusioni, la Commissione nota che “non vi sono indicazioni che le autorità italiane abbiano avviato un confronto attivo con gli altri Stati membri in merito alle misure pratiche e logistiche necessarie per la ripresa dei trasferimenti” e invita l’Italia a “rimuovere con priorità tutti gli ostacoli ancora esistenti, anche interrompendo le prassi che finora hanno impedito l'effettuazione dei trasferimenti, e garantire il necessario coinvolgimento e la
cooperazione operativa con gli altri Stati membri su tutti gli aspetti pratici e logistici, affinché i trasferimenti siano effettivamente eseguiti in conformità con il Regolamento sulla gestione dell'asilo e della migrazione (AMMR)”. In questo contesto, Infomigrants ([link removed]) richiama la sentenza della Corte di Giustizia UE che ha stabilito che gli Stati membri non possono unilateralmente esimersi da tale responsabilità.
4. La Commissione UE boccia l’iniziativa popolare per la remigrazione
Il 15 luglio ([link removed]) scorso, alcuni esponenti del movimento per la remigrazione e un centinaio di sostenitori si sono riuniti in presidio davanti al Parlamento europeo, per far conoscere una raccolta firme per l’iniziativa popolare “Save Europe Act”. Al presidio, hanno risposto le forze di opposizione con un partecipato sit-in antifascista. Con il Save Europe Act, l’estrema destra europea intende chiedere alla Commissione di sospendere temporaneamente i canali di immigrazione di persone “non-occidentali”, compresi per studio, lavoro e ricongiungimento familiare, e una riforma del sistema UE sull’immigrazione e l’asilo. La “continuità etnica e culturale" dei "popoli nativi d'Europa” è la motivazione dietro alla richiesta di sospensione del diritto di asilo verso gli Stati UE, al fine di contrastare la "sostituzione
demografica" ad opera di migranti "non occidentali e non europei".
É notizia del 22 luglio che la Commissione UE ([link removed]) ha respinto la proposta di iniziativa popolare perché non soddisfa le condizioni formali, in quanto “manifestamente contraria ai valori sanciti dal TUE e dalla Carta europea per i diritti fondamentali”. Infatti, le motivazioni proposte dal movimento per la remigrazione “costituiscono discriminazione basata sull’etnia e la razza”.
5. Studenti e studentesse considerati rischio migratorio
Una recente circolare a firma congiunta del Mur e del Maeci contiene delle nuove misure riguardanti i visti per studenti extra-UE. Come riportato da Il Manifesto ([link removed]) , gli atenei stanno ricevendo delle email che invitano ad osservare le nuove disposizioni, che stabiliscono una stretta al rilascio dei visti per studenti e studentesse per “contrastare il rischio migratorio”. La circolare del 29 aprile introduce alcune importanti novità. In primo luogo, aumenta il requisito della disponibilità economica comprovata per la procedura di richiesta del visto, incoraggiando anche controlli più stringenti sulla provenienza delle risorse. Inoltre, si richiede agli atenei di effettuare verifiche più approfondite sia sulla validità dei documenti attestanti i titoli conseguiti in precedenza che sul requisito di conoscenza della lingua, che ancora prima della richiesta del visto deve essere almeno di livello B2 per la lingua di erogazione
del corso. I Ministeri sembrano parzialmente ritrattare la severità delle nuove misure in una nota pubblicata il 3 luglio, riguardo agli studenti e le studentesse provenienti da “zone di conflitto e contesti di crisi umanitaria”, per cui si specifica che le verifiche devono essere ragionevoli e proporzionali rispetto alla situazione. In ogni caso, si rinforza il ruolo centrale delle ambasciate e dei consolati nella valutazione singola del “rischio migratorio” delle persone dietro ad ogni richiesta di visto per studio.
Anche il governo statunitense ([link removed]) sta introducendo delle strette ai visti per studio (e in questo caso anche per giornalismo) per motivi di controllo migratorio, tuttavia, limitandone la durata. Infatti, il visto non coprirà più automaticamente tutta la durata del corso di studio o dello scambio formativo. Sotto questa nuova norma, i visti per studio dureranno 4 anni prorogabili solo con richiesta al governo federale.
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