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Quale Giornata mondiale del Rifugiato?
Il nuovo rapporto IDOS sulle difficoltà di accesso alla protezione internazionale a Roma e nel Lazio; il dibattito sui return hubs tra leader europei; come sta cambiando la rotta della Manica; la Giornata mondiale del rifugiato; alcuni attivisti della Global Sumud liberati dalla Libia; il rischio che la guerra cancelli il patrimonio storico e culturale della città millenaria di Tiro, in Libano.
1. Roma e Lazio: il diritto d’asilo si scontra con la burocrazia. Il nuovo Rapporto IDOS fotografa un sistema in affanno.
Per molte persone richiedenti asilo, il percorso verso la protezione internazionale si blocca ancora prima di iniziare. È quanto emerge dal 21° Rapporto ([link removed]) dell'Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS e dall'Istituto di Studi Politici "S. Pio V". Come si legge ([link removed]) su Repubblica “Cinquantatre capitoli redatti da 93 ricercatori ed esperti per spiegare perché a Roma chiedere protezione internazionale significa intraprendere una seconda, estenuante "traversata", questa volta tra le carte in un mare di burocrazia.” Secondo il rapporto, del quale esiste anche una scheda sintesi
([link removed]) , a Roma la formalizzazione della domanda di asilo continua a essere rallentata da gravi difficoltà nell'accesso agli uffici della Questura: pochi appuntamenti disponibili, lunghe attese e procedure che possono richiedere mesi. Una situazione che, sottolineano gli autori, ritarda l'accesso all'accoglienza, ai servizi sanitari e agli altri diritti connessi alla richiesta di protezione. La fotografia che emerge invita a superare la logica dell'emergenza: il funzionamento delle procedure amministrative è oggi uno degli elementi decisivi per garantire un'effettiva tutela dei diritti delle persone migranti.
2. I return hubs creano divisioni tra i leader europei
A poche settimane dall’entrata in vigore del Nuovo Patto Asilo e Immigrazione e dall’approvazione del nuovo Regolamento europeo sui rimpatri, Macron e Sanchez si esprimono con sfiducia ([link removed]) rispetto alla creazione dei cosiddetti return hubs, sottolineando la scarsa efficacia rispetto alle risorse necessarie, come osservato dall’esperimento italiano in Albania e da quello inglese in Rwanda. Altri governi invece sembrano essere in trattativa con alcuni Stati per stringere accordi di questo tipo, tra cui il Ghana, il Senegal, la Tunisia, la Libia, l’Armenia, il Montenegro, l’Uzbekistan e l’Etiopia. Tra i leader entusiasti ([link removed]) , Meloni in prima linea con la danese Frederiksen: “Incoraggiamo gli Stati membri che lo desiderino a perseguire tali soluzioni e a collaborare con potenziali partner.
Incoraggiamo inoltre la Commissione a continuare a sostenere gli Stati membri in questi sforzi.”
3. La rotta della Manica sta cambiando
In crescita le partenze di persone migranti dalle coste belga verso il Regno Unito. Questo fenomeno si sta verificando in risposta ai controlli del confine settentrionale francese che negli ultimi anni sono stati sempre più intensificati anche con il supporto di Frontex. Viene riportato ([link removed]*qpxadi*_up*MQ..*_ga*MTk1MjIwOTI4Mi4xNzgyMjg2NTc3*_ga_DP7K442VG2*czE3ODIyODY1NzYkbzEkZzAkdDE3ODIyODY1NzYkajYwJGwwJGgw) da Vita: “Almeno quindici partenze dalla costa belga dall’inizio dell’anno, rispetto allo zero del 2024”. Ad aprile scorso Londra ha anche approvato un nuovo pacchetto di finanziamenti ([link removed]) destinati alla Francia, non solo destinati al controllo delle partenze dalla costa ma anche per la costruzione di un nuovo centro amministrativo di accoglienza (Cra). L’OIM riporta
([link removed]) che il numero di persone che hanno perso la vita lungo la rotta della Manica è aumentato sensibilmente negli ultimi anni: dai 16 decessi registrati nel 2022 si è passati a 24 nel 2023, per raggiungere quota 85 nel 2024, l’anno successivo alla sottoscrizione dell’accordo pluriennale da 541 milioni di euro. Nel 2025 le vittime accertate sono state 36, mentre nei primi mesi del 2026 risultano già otto persone morte o disperse.
4. Il 20 giugno si è celebrata la Giornata mondiale del rifugiato, ma per chi ogni giorno opera nel Mediterraneo la distanza tra le dichiarazioni istituzionali e la realtà resta profonda.
Mentre si moltiplicano gli appelli alla solidarietà, continuano infatti naufragi, respingimenti e ostacoli alle attività di ricerca e soccorso. «Un 20 giugno di vergogna», lo definisce ([link removed]) ResQ - People Saving People, denunciando l’entrata in vigore solo 8 giorni prima del Nuovo Patto Europeo Asilo e Migrazione, che tradisce diritti e umanità. Anche Open Arms Italia invita a superare ([link removed]) la retorica della giornata. «A volte una sola parola finisce per nascondere tutto il resto», scrive l'organizzazione sui propri canali social, ricordando che dietro la definizione di "rifugiato" ci sono persone, storie e diritti che non possono essere ridotti a un'etichetta. Sulla stessa linea anche Mediterranean Hope, secondo cui la Giornata del rifugiato «dura tutto l'anno». La coordinatrice Marta Bernardini ha denunciato ([link removed]) il
fallimento delle politiche europee, che continuano a trattare le migrazioni come un tema di sicurezza mentre persone migranti «continuano a morire nel Mediterraneo, a essere sfruttate, detenute e respinte». Una riflessione che si intreccia con il decennale di SOS Méditerranée, raccontato ([link removed]) da Melting Pot. Dieci anni di soccorsi in mare hanno dimostrato che le navi civili continuano a colmare il vuoto lasciato dagli Stati, pur operando tra fermi amministrativi, porti lontani e continui ostacoli. Salvare vite, ricordano gli operatori, non è un gesto di solidarietà, ma un obbligo previsto dal diritto internazionale. La Giornata mondiale del rifugiato rischia così di trasformarsi in una ricorrenza simbolica se non è accompagnata da un cambiamento delle politiche europee.
5. Attivisti della Global Sumud trattenuti in Libia
Le organizzazioni si uniscono in un presidio ([link removed]) davanti al comune di Torino per chiedere il rilascio delle attiviste e degli attivisti del Global Sumud Convoy detenuti in Libia. Tra questi, anche due italiani ([link removed]) , Domenico Centrone e Dina Alberizia, che sono stati finalmente rilasciati e hanno potuto fare rientro in Italia mercoledì 24 giugno, dopo un mese di prigionia in Libia con l’accusa di “ingresso illegale”. Facevano parte di un convoglio di 200 persone che da terra stava cercando di portare aiuti umanitari a Gaza attraversando i Paesi nordafricani. Il Post ([link removed]) riporta che il convoglio era stato bloccato al confine tra la Libia occidentale, il cui governo è riconosciuto dalla comunità internazionale, e la Libia
orientale, controllata dal generale Khalifa Haftar, il cui esecutivo non gode invece di riconoscimento internazionale. Il 24 maggio dieci attivisti, tra cui Centrone e Alberizia, avevano attraversato il confine per chiedere alle autorità della Libia orientale di consentire il passaggio del resto del convoglio e dei suoi partecipanti. Erano però stati arrestati con l'accusa di ingresso illegale nel paese e, da allora, erano detenuti nel carcere di Bengasi. Tajani ha annunciato la liberazione dei due attivisti italiani e di un attivista uruguayano, ma non è ancora noto se siano stati rilasciati anche gli altri sette arrestati.
6. Nell’assedio di Tiro, città millenaria che rischia di sparire
Nel cuore di Tiro, l’ospedale Jabal Amel è tra gli ultimi presidi sanitari ancora operativi mentre arrivano feriti, molti dei quali bambini colpiti nei recenti attacchi. La città, patrimonio millenario e principale centro del sud del Libano, è sottoposta a continui ordini di evacuazione e bombardamenti sempre più estesi. Tra paura e distruzione, emergono anche forme di resistenza civile e sociale, come iniziative di accoglienza e progetti sportivi per i più giovani. Ce ne parla Ilaria Romano, nel nuovo articolo di approfondimento ([link removed]) su Open Migration.
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