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La violenza istituzionale uccide ancora negli Stati Uniti

Foto via X/Paul Brymer
La violenza sistematica dell’Ice, l’Immigration and Customs Enforcement continua a mietere vittime negli Stati Uniti, in un’escalation di violenza che va dalla profilazione razziale fino alla dentenzione sistematica. Nel frattempo, a Trieste alle persone migranti viene negato l’accesso alla protezione internazionale.
1. La violenza istituzionale dell’Ice negli USA
Si chiamava Renee Nicole Good la donna uccisa da un agente dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), la polizia federale che negli Stati Uniti si occupa di immigrazione e controllo, durante un raid in un quartiere di Minneapolis. In seguito all’omicidio, in diverse città del Paese americano sono state organizzate proteste contro l’Ice, la profilazione razziale e la violenza sistematica di stato. Good era una cittadina statunitense e osservatrice legale che vigilava sull’operato dell’Ice per tutelare potenziali vittime, tuttavia rappresenta solo la punta dell’iceberg.
“Nel 2025, trentadue persone sono morte sotto la custodia dell'Immigration and Customs Enforcement (Ice), rendendolo l'anno più mortale per l'agenzia in oltre due decenni, mentre l'amministrazione Trump ha provveduto a detenere un numero record di persone. Alcune delle persone decedute in detenzione erano arrivate negli Stati Uniti di recente, in cerca di asilo. Altre erano arrivate anni prima, alcune da bambini. Alcune erano state arrestate per accuse penali o avevano scontato una pena detentiva; altre erano state arrestate durante le incursioni indiscriminate dell'Ice [...]”, riportano i giornalisti Maanvi Singh, Coral Murphy Marcos e Charlotte Simmonds sul Guardian. E ancora: “Attraverso l'uso dell'Alien Enemies Act, una legge di guerra del 1798, l'amministrazione Trump ha aggirato i tribunali per l'immigrazione e il diritto al giusto processo per trattenere ed espellere più facilmente gli immigrati. L'amministrazione Trump ha raggiunto questi numeri, in parte, arrestando gli immigrati nei tribunali e nei loro luoghi di lavoro. Ha anche condotto irruzioni in scuole, ospedali e luoghi di culto”, scrive Anna Storti, professoressa presso la Duke University su The Conversation.
Infine, l’omicidio di Good è avvenuto durante un raid che aveva come target la comunità somala di Minneapolis: “A dicembre, in seguito ai commenti denigratori di Trump sui somali e alle richieste di lasciare il Paese, agenti federali sono arrivati a Minneapolis e St. Paul, nell'ambito dell'ampia campagna di espulsione del presidente. L'operazione ha suscitato paura e ansia nella comunità somala della zona, composta in maggioranza da cittadini statunitensi. Gli americani di origine somala hanno raccontato alla Cnn di aver iniziato a portare con sé passaporti e carte d'identità, temendo di essere fermati dagli agenti federali” scrivono le giornaliste Priscilla Alvarez e Zoe Sottile su Cnn.
2. L’Italia nuovamente coinvolta nella costruzione di Centri in Libia
Il governo Meloni, con il sostegno dell’Ue, realizzerà un centro di coordinamento di soccorso marittimo a Bengasi, in Libia.
“A rivelare il progetto, un’inchiesta firmata dal giornalista tedesco Matthias Monroy e pubblicato sul quotidiano Neues Deutschland. Lo denuncia Mediterranea Saving Humans, l’organizzazione del soccorso civile in mare, che denuncia come non si tratti di una struttura dedicata al salvataggio, ma di una sala operativa per coordinare le operazioni di intercettazione e cattura in mare delle persone in fuga da parte della cosiddetta Guardia costiera libica”, scrive a la giornalista Marika Ikonomu su Domani. E ancora: “La stessa Frontex, l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, nelle sue attività di pattugliamento aereo collabora con il centro di coordinamento di Tripoli, considerando quella libica una guardia costiera a tutti gli effetti”.
Infine: “Il nuovo Rescue Coordination Centre (Rcc) dovrebbe quindi sorgere in un’area controllata da apparati militari accusati di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche contro persone migranti e richiedenti asilo. Tra questi apparati, Mediterranea ricorda la brigata Tareq Ben Zayed, guidata dal figlio del generale, Saddam Haftar. Questa milizia, sottolinea l’organizzazione della flotta civile, è quella che lo scorso 12 ottobre ha sparato a una barca piena di persone migranti, «tre dei quali sono poi sbarcati in Italia gravemente feriti”.
3. A Trieste viene negato l’accesso all’asilo
L’International Rescue Committee ha pubblicato un rapporto, dal titolo “Accesso negato” relativo all’impossibilità per le persone migranti a Trieste di accedere alla protezione internazionale.
“Il documento denuncia le persistenti difficoltà di accesso alla Questura di Trieste e mette in luce un insieme di prassi illegittime e tecniche di deterrenza adottate in modo sistematico nel corso del 2025. Tali pratiche risultano funzionali nell’allontanare i richiedenti asilo e a ostacolare l’accesso alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale, in aperta elusione del diritto nazionale ed europeo”, riportano Giulia Stella Ingallina e Arianna Locatelli su Melting Pot Europa. E ancora: “Le osservazioni condotte davanti alla questura, fin dalle prime ore del mattino, hanno mostrato come decine di persone si mettano quotidianamente in fila nella speranza di essere selezionate per formalizzare la richiesta di protezione internazionale. Ogni giorno tra le 70 e le 140 persone attendono all’esterno dell’Ufficio Immigrazione; negli ultimi mesi, tuttavia, solo 10–15 di esse vengono selezionate per accedere agli uffici e, spesso, solo circa la metà riesce effettivamente a formalizzare la domanda”.
Infine: “Tale selezione avviene in maniera del tutto casuale e arbitraria: vengono chiamate alcune nazionalità, alle quali le persone in attesa devono rispondere per alzata di mano. In un secondo momento viene selezionato un numero limitato di persone, generalmente una dozzina, mentre tutte le altre, dopo ore di attesa, vengono immediatamente allontanate senza ricevere alcuna informazione. Queste ultime sono quindi costrette a ripresentarsi nei giorni successivi, con un’elevata probabilità di trovarsi nella medesima situazione. Le discriminazioni sistematiche vengono perpetrate sia a livello individuale sia collettivo, basandosi, ad esempio, sulla nazionalità”.
4. Venezuela: tra instabilità e possibili nuovi flussi migratori
I recenti eventi in Venezuela continuano a influenzare gran parte del dibattito politico in tutto il mondo, con ripercussioni che raggiungono anche l'Europa: anche prima della destituzione del leader Nicolas Maduro durante una missione speciale condotta dalle forze statunitensi la scorsa settimana, l'instabilità, la persecuzione dei sostenitori dell'opposizione e le difficoltà economiche avevano costretto decine di migliaia di persone a fuggire dal Paese e a rifugiarsi in Europa.
“L'Unhcr afferma che la crisi umanitaria in Venezuela, in corso da oltre un decennio, è da tempo diventata una delle più grandi crisi di sfollamento internazionale al mondo. Un quarto dei venezuelani ha scelto di trasferirsi in un altro Paese negli ultimi dieci anni: in totale, circa 8 milioni di venezuelani sono ora sfollati in tutto il mondo, e la maggior parte di loro, 7 milioni, risiede in America Latina e nei Caraibi”, si legge su Info Migrants. E ancora: “Nel 2024, circa 73.000 venezuelani hanno presentato domanda di asilo nell'UE, rispetto ai 66.000 dell'anno precedente. Solo nella prima metà del 2025, quasi 50.000 persone provenienti dal Venezuela sono arrivate in vari paesi dell'UE, principalmente Spagna e Germania [...]. Da quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato alla Casa Bianca un anno fa, è probabile che la sua retorica bellicosa sul Venezuela abbia spinto sempre più persone a cercare sicurezza all'estero; allo stesso tempo, la sua repressione interna degli immigrati ha probabilmente spinto molti a non cercare sicurezza negli Stati Uniti, ma piuttosto a puntare verso altri paesi, compresi quelli europei”.
Infine: “Secondo il Regional Refugee and Migrant Response Plan (Rmrp) , un'organizzazione di supporto multinazionale focalizzata sull'assistenza alle persone in fuga dal Paese sudamericano, il numero di venezuelani giunti in Spagna negli ultimi dieci anni ammonta a circa 400.000. Circa il 90 percento di tutte le domande di asilo venezuelane nell'Ue vengono presentate in Spagna, principalmente a causa della lingua comune tra i due Paesi e della numerosa diaspora esistente”.
5. Le crisi globali e la fragilità dei diritti umani
A causa dei tagli agli aiuti, della scarsa attenzione da parte dei media e della mancanza di volontà politica, molte delle persone colpite da queste crisi ricevono poca o nessuna assistenza. Il New Humanitarian ha elencato alcune delle crisi globali.
“In Sudan, la guerra tra l'esercito nazionale (Saf) e le Forze di Supporto Rapido (Rsf), ora paramilitari e ribelli, e i numerosi gruppi armati schierati con entrambe le parti, si avvicina al terzo anno, con scarsi segnali di miglioramento. La carestia si è diffusa e 11,5 milioni di persone sono sfollate, di cui oltre quattro milioni sono fuggite nei paesi vicini [...]. Il consenso giuridico internazionale è schiacciante: Israele ha commesso un genocidio nella Striscia di Gaza e la sua occupazione illegale dei Territori palestinesi deve cessare. Nonostante ciò, Israele continua a violare a suo piacimento il cessate il fuoco concluso lo scorso ottobre e ha intensificato l'appropriazione di terre palestinesi e la costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania. Un nuovo rapporto delle Nazioni Unite denuncia la discriminazione sistemica di Israele nei confronti dei palestinesi in Cisgiordania e afferma che sta violando il diritto internazionale sulla segregazione razziale e l'apartheid”.
E ancora: “In Siria, le persone stanno tornando a casa dopo 14 anni di guerra ed esilio; secondo le Nazioni Unite, nel 2025 1,2 milioni di persone sono tornate in Siria dai paesi vicini, insieme a 1,9 milioni di sfollati interni. [L’anno] anno sarà fragile e cruciale per la Siria, con continui attacchi contro le minoranze religiose e scoppi di violenza che minacciano la stabilità e il successo della transizione e della riconciliazione, insieme alla potenziale minaccia di ciò che resta del cosiddetto Stato islamico”.
6. I nostri nuovi articoli su Open Migration
Quasi un quarto dei migranti a livello globale, il 24%, riceve da un trafficante le prime informazioni sul viaggio che dovrà affrontare, e la percentuale sale al 30% durante il percorso, suggerendo che il ruolo delle reti di “facilitatori” come fonte di orientamento cresce nel corso della rotta intrapresa. Così viene spiegato nel nuovo rapporto del Mixed Migration Centre. Ce ne parla Ilaria Romano.
Il team di Open Migration
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